De Gasperi-Gruber: il compromesso cercato da entrambi

De Gasperi-Gruber
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Parigi, 5 settembre 1946: De Gasperi-Gruber: il compromesso cercato da entrambi

di Luigi Fattorini

Fu l’accordo con cui si risolse il problema dell’Alto Adige nel secondo dopoguerra. O meglio: con cui si posero le basi per la sua (complicata, lunga e articolata) risoluzione. E che oggi rappresenta uno dei cardini in Europa in tema di rispetto delle minoranze, e autonomie locali.

L’accordo che Alcide De Gasperi e Karl Gruber sottoscrissero a Parigi il 5 settembre 1946 fu il punto di arrivo – obbligato – di un percorso, che vedeva Italia e Austria in posizioni molto simili dopo la seconda guerra mondiale. Entrambi infatti erano paesi sconfitti. Che però, in un qualche modo, ritenevano di avere una certa voce in capitolo.

Gli austriaci si consideravano “prima vittima” del nazismo (dimenticando l’entusiasmo – praticamente totale – che aveva accompagnato l’Anschluss nel 1938, nonché la comunanza con i tedeschi fino al 1945). Gli italiani ritenevano che con la lotta partigiana, la guerra di liberazione e quindi il contributo alla guerra degli alleati dopo il 1943, avrebbero potuto quantomeno salvare il salvabile.

Entrambi quindi credevano di poter ottenere qualcosa. Gli austriaci il ritorno del Sudtirolo. O al limite il plebiscito per l’area (che era la stessa cosa). Gli italiani di salvare le colonie prefasciste (rinunciando alle conquiste di Mussolini: Etiopia, Albania, ecc.). E soprattutto di limitare i danni alle frontiere. Oltre che ad ovest con i francesi, e a nord (appunto) con gli austriaci, specie ad est con gli jugoslavi, tenendo almeno l’Istria.

La realtà fu la doccia fredda. I vincitori risposero picche ad entrambe le aspettative. E allora, visto che si trattava per entrambi di paesi sconfitti, la soluzione la si cercò con l’accordo diretto. Anche perché entrambi avevano l’interesse. Gli austriaci volevano comunque tenere vivo il problema sudtirolese. Gli italiani, per contro, intendevano creare un precedente, da applicarsi (come purtroppo non avverrà) ai connazionali dell’Istria, di Fiume e di Zara che (ormai senza appello) sarebbero finite alla Jugoslavia.

Così si giunse all’accordo. Che prevedeva tre articoli: “piena garanzia” per i diritti della minoranza di lingua tedesca (attraverso parificazione della lingua nel pubblico, nell’insegnamento, nel ripristino dei nomi di famiglia alterati da regime, e nell’assegnazione dei posti pubblici); autonomia in campo legislativo ed esecutivo; risoluzione delle questioni riguardanti i due paesi (il rientro degli optanti, il traffico di frontiera, ecc.).

Tuttavia non mancarono le complicazioni. Perché se il confine al Brennero fu mantenuto, e l’accordo allegato al trattato di pace, dall’altro la piena esecuzione incontrò problemi. Specie per l’applicazione dell’autonomia. Gli italiani, nei fatti, la fecero nascere azzoppata, prevedendola non per il solo Alto Adige ma per l’intera Regione Trentino-Alto Adige creata nel 1948. E smorzando quindi la forza della minoranza tedesca.

Al che, per risolvere tutto ciò ci vorranno ancora anni. Anzi decenni. E si passerà tra le proteste sudtirolesi (il “Los von Trient!”, cioè “Via da Trento!”), l’esplodere del terrorismo in loco, le azioni dell’Austria all’Onu (ritirate solo nei primi anni ’90), e infine la revisione dello statuto regionale. Tutto questo non senza, tuttavia, che tanto di qua che di là della frontiera cessassero pienamente i malumori. Che anzi tutt’oggi riaffiorano, di tanto in tanto.