Femminicidio, “ sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale”

Sono quarantasei, secondo i dati forniti dal Dipartimento della pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno, le donne uccise dal proprio partner o ex partner tra il primo gennaio e il 22 agosto del 2021 in Italia.

Quarantasei individui di genere femminile, morti in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale.  Si tratta di omicidi dolosi o preterintenzionali, volti a ottenere la subordinazione di un genere attraverso il suo materiale assoggettamento.

Estrinsecazione massima del concetto di violenza di genere, tali reati si vedono classificati alla voce “femminicidio”, un neologismo che indica un sottoinsieme della totalità degli omicidi aventi un individuo di sesso femminile come vittima e che si riferisce, per estensione, anche a tutti quei casi di violenza, non solo fisica, ma anche psicologica, sistematicamente esercitata sulle donne in quanto tali.

Un fenomeno, questo, che ha raggiunto valori di picco nel periodo del primo lockdown, durante il quale la convivenza forzata ha consegnato le vittime nelle mani dei loro carnefici, in quell’ambiente domestico che rappresenta il luogo in cui maggiormente si consumano le tragedie di questo tipo.

Sarebbe fuorviante parlare di un problema emergenziale, in quanto il numero di femminicidi non è diminuito e, al contrario, è rimasto stabile negli anni. La definizione più corretta sarebbe quella di violenza maschile, perpetrata ai danni delle donne in maniera sistemica, una violenza che impregna tutte le sfere delle nostre vite, da quella familiare e relazionale a quella economica e socioculturale, e che è funzionale al mantenimento dello status quo del genere maschile.

In questa prospettiva, l’omicidio si presenta spesso come compimento, una sorta di atto conseguenziale a una lunga serie di atteggiamenti abusanti e si configura come mero assolvimento dell’obbligazione originaria: l’annientamento.

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Il collettivo milanese del movimento femminista italiano “Non una di meno”, ispirato allo storico “NiUnaMenos” messicano e argentino, chiarisce come per “relazione abusante” si intenda “ogni tipo di violenza fisica, psicologica, economica e sessuale che avviene all’interno di una relazione affettiva, o di tale tipo, presente o passata. Sono comprese diverse azioni e comportamenti che mirano all’affermazione del potere e del controllo dell’altra persona, del suo agire e del suo pensare”.

Alla luce di queste considerazioni, si evince che le vittime di femminicidio, come ha scritto l’autrice, attivista e content creator Carlotta Vagnoli, “muoiono tutte per la stessa ragione, per lo stesso movente. E questo non è mai il troppo amore, una patologia psichiatrica rara, gelosia, follia. Le donne vengono uccise per il ruolo che ricoprono nella nostra società patriarcale e questo ruolo è quello di oggetti di proprietà, di figure su cui esercitare il proprio controllo”.  Quello che bisogna evitare è la patologizzazione dell’uomo violento “perché” – ha continuato- “il femminicidio avviene quando la donna si rifiuta di sottostare a questo possesso, che altro non è che una pura manifestazione culturale, le cui radici affondano nella stereotipizzazione di genere”.

Nella battaglia contro la cultura sessista, un ruolo fondamentale è affidato a coloro che si occupano di divulgare gli episodi di violenza nei confronti delle donne, in quanto è sovente la narrazione che si fa di una vicenda a fare la differenza nella sua percezione all’esterno e nel messaggio sociale e culturale che essa è in grado di veicolare.

In questo ambito, di fatti, sono frequenti negli articoli di giornale delle descrizioni “stilnoviste” della donna, la quale viene dipinta come un essere buono, innocente, incapace di difendersi. A queste immagini si contrappone la deumanizzazione del femminicida, il quale diventa un mostro, un animale caratterizzato dall’incapacità di frenare i propri impulsi. In aggiunta, l’accaduto è inserito in una cornice di eccezionalità, come se fosse frutto del fato, della sfortuna.

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Sono proprio le narrazioni che romanticizzano, edulcorano e minimizzano la violenza a creare una visione falsata della realtà, nella quale la responsabilità della violenza ricade su chi ne è destinatario, per il suo abbigliamento, le sue frequentazioni, il suo stile di vita. Si parla di “victim blaming” e, cioè, di colpevolizzazione della vittima, e di “slut shaming”, ovvero il tentativo di “far sentire una donna colpevole o inferiore per determinati comportamenti o desideri sessuali che si discostino dalle aspettative di genere tradizionali o ortodosse”. Atteggiamenti, questi, che si presentano come corollario fondamentale e presidio necessario della “rape culture”, la “cultura dello stupro”, per la quale “lo stupro e altre forme di violenza sessuale sono comuni e gli atteggiamenti prevalenti, le norme, le pratiche e i media normalizzano, minimizzano o incoraggiano lo stupro e altre violenze sulle donne”.

Di conseguenza, è auspicabile che si prenda coscienza dell’enorme responsabilità mediatica nel riportare gli eventi in questione, in una logica educativa e lungimirante.

L’obiezione che viene spesso mossa quando si discute di cultura dello stupro e di problematiche patriarcali è quella che può essere sintetizzata dallo slogan “not all men”, cioè “non tutti gli uomini”: nel momento in cui gli atteggiamenti abusanti vengono definiti sistemici, si nega che essi vengano messi in atto da tutti gli uomini. Seppur questo corrisponda alla realtà, il rischio è che si finisca per sottostimare la violenza di genere e per sviare dalla responsabilizzazione, mettendo in atto uno degli espedienti principali della cultura dello stupro: la relegazione di chi commette molestie, violenze o altri delitti di genere a una dimensione di rarità.

Questo significherebbe non accettare la sistematicità del fenomeno, che, come dice Carlotta Vagnoli, “non è un raptus isolato, bensì un comportamento radicato nella nostra cultura”.
In una prospettiva di miglioramento e di crescita culturale e sociale, sarebbe fondamentale istruire alla parità di genere e alla sessualità fin dalla più tenera infanzia, insegnare che il corpo altrui non è un oggetto di cui si ha il possesso, introdurre un percorso di educazione al consenso nelle scuole primarie per poi arrivare a creare un ambiente accogliente per la vittima, dandole fiducia, proteggendola e supportandola.

È altresì necessario tracciare una netta linea di demarcazione fra amore e violenza, evitando di normalizzare o estetizzare quest’ultima.

A questo proposito, risultano evocative le parole dell’attivista Francesco Cicconetti che, in occasione della scorsa Giornata Internazionale della donna, ha espresso questa differenza con la disarmante forza della semplicità:

“Posso solo prometterti di non sovrastarti, di non parlare per te, di non voler pilotare la tua vita a mio piacimento. Posso prometterti di lasciare sempre respiro alle tue idee, di fidarmi di te e che le mie braccia siano un porto sicuro e mai una gabbia”.