Sicilia – Femminicidio, triste realtà in aumento

L’ultimo report dell’Istat mette in risalto come siano aumentati i casi di femminicidio in Sicilia negli ultimi due anni. Nel primo semestre del 2020 sono arrivati a corrispondere al 45% del totale degli omicidi compiuti, toccando il 50% durante i mesi di lockdown.

Per quanto riguarda il movente, nel 2020, il 40% delle donne è stato ucciso per motivi legati al rapporto; nel 2021 si attesta predominate la “lite/futili motivi” con il 39% dei casi. In merito al modus operandi, si evidenzia per quest’anno la totale assenza dell’uso delle armi da fuoco: le vittime sono state quasi tutte aggredite mortalmente con coltelli o con altre armi improprie.

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Nel 2020 i reati spia – cioè quei “delitti indicatori di violenza di genere, che siano espressione del tentativo di sottomissione fisica, sessuale, psicologica o economica di una donna in quanto tale” – hanno subito una flessione durante il lockdown, ma hanno fatto registrare un nuovo incremento già a partire dall’estate, con l’allentamento delle misure restrittive.
I numeri e le statistiche risultano utili per avere una panoramica generale del fenomeno; tuttavia, sarebbe troppo riduttivo e spersonalizzante riferirsi solo a delle cifre quando a essere coinvolte sono delle vite e delle storie che meritano di essere tramandate, in modo tale da essere assurte a monito pro futuro.

Stefania Noce, studentessa femminista, fu uccisa nel 2011 da Loris Gagliano, il suo ex, per aver deciso di interrompere una relazione che durava da molti anni. Nel corso dell’ultima lite, hanno trovato la morte sia la ragazza sia il nonno di lei.

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Nel 2010 fu vittima del suo ex Nicola Mancuso anche Valentina Salamone, 19 anni, trovata impiccata a una trave. Ancora, Veronica Valenti, 30 anni, nel 2014 è stata uccisa a coltellate da Gora Mbengue, con cui aveva deciso di troncare la relazione, e Giordana Di Stefano, 20 anni, uccisa con 47 coltellate nel 2015 da Antonio Luca Priolo, ex convivente. Ada Rotini, di anni 46, uccisa per aver scelto di porre fine al proprio matrimonio: suo marito le ha inferto una coltellata alla gola poche ore prima dell’udienza di separazione per poi colpire se stesso all’addome e finire ricoverato all’ospedale Cannizzaro di Catania. E poi Vanessa Zappalà. A ucciderla è stato Tony Sciuto, il suo ex, che l’ha colpita con sette colpi di pistola in mezzo alla folla sul lungomare di Aci Trezza, nel Catanese. Il divieto di avvicinamento a Vanessa, fissato dal Gip, non è bastato a salvarle la vita. Lei annotava le molestie che riceveva e la frase che torna sovente nei suoi diari, emblema della paura e dell’ansia provate dalla ragazza, è la seguente: “Continua a seguirmi”. Il 24 gennaio il ritrovamento del cadavere carbonizzato della diciassettenne Roberta Siragusa, in fondo a un dirupo sotto il belvedere di Caccamo, nel Palermitano. Secondo l’accusa il fidanzato l’avrebbe colpita più volte con un corpo contundente, bruciata e gettata in fondo alla scarpata. Siragusa sarebbe deceduta dopo un’agonia di cinque minuti. L’8 luglio il femminicidio, per mano di Adriano Rossitto, di Lucia Marino, 56 anni. Il corpo, in avanzato stato di decomposizione, è stato trovato sul divano della sua casa di Lentini, nel Siracusano.

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Si tratta di dati sconcertanti, a proposito dei quali risulta significativo citare il commento dei consiglieri del comune di Palermo Barbara Evola, Fausto Melluso, Katia Orlando e Marcello Susinno:

“È indispensabile avviare campagne di sensibilizzazione a scuola, nei luoghi di lavoro, negli uffici pubblici. Potenziare la rete dei centri anti violenza, fornire strumenti e strategie di serio contrasto alla violenza. Offrire concreto sostegno, aiuto, anche economico, protezione. Esserci”.

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